Questo Sono Io

Agosto

La voce di Mario

Una testimonianza intensa sulla fragilità mentale, l’empatia e la dignità di chi viene ignorato.

Autrice: Sara Bianchi

La voce di Mario

Una testimonianza intensa sulla fragilità mentale, l’empatia e la dignità di chi viene ignorato.

Mi chiamo Mario.

E sì: sono matto.

Lo dico a voce alta non per attirare l’attenzione, ma perché quella parola — matto — mi è stata affibbiata così tante volte da diventare un’etichetta che sembra spiegare tutto di me, quando in realtà non spiega niente.

La gente, quando sente matto, pensa subito a qualcuno stupido, incapace, senza cultura, qualcuno “inferiore”. Ma matto non vuol dire questo. Vuol dire che dentro la mia mente ci sono strade che non sempre seguono il percorso che voi chiamate normale.

Quando mi sveglio, il primo suono che sento è un pensiero che non va via. Il cuore pulsa come se volesse scappare fuori dal petto, la testa è un turbine di idee, paure e immagini che non chiedo ma che arrivano lo stesso. Alzarmi dal letto non è un gesto automatico: è una resistenza quotidiana al caos interno.

Quando esco di casa, la gente mi guarda come se fossi un avviso di pericolo. Una signora stringe il figlio a sé, qualcuno sorride imbarazzato, qualcuno mi passa accanto come fossi un oggetto rotto. Non mi cercano con gli occhi, non mi scrutano per capire: mi evitano con paura. E quella paura negli occhi degli altri pesa più della mia sofferenza.

“Matto” non vuol dire stupido. Non vuol dire inferiore. Vuol dire soltanto che dentro di me ci sono strade che non sempre seguono il percorso che voi chiamate normale.

Storie di dolore e ingiustizia

Voi narrate la sofferenza mentale come se fosse rara e incomprensibile. Ma non lo è. In Italia ci sono casi che dovrebbero gelarvi il sangue.

Una ragazza di diciannove anni, ricoverata in un reparto di psichiatria, è rimasta legata al letto mentre un incendio scoppiava nella sua stanza. Nessuno l’ha liberata in tempo: è morta carbonizzata, immobile. Era lì, sola, bloccata in un corpo che non poteva muoversi.

Se avessero usato pratiche di cura diverse, se avessero messo in discussione la routine di legare una persona come fosse un oggetto, forse sarebbe viva oggi.

In molte strutture italiane, giovani e adulti con disturbi mentali sono stati legati ai letti come se fosse normale, come se la sofferenza potesse essere contenuta con strumenti fisici. E non è curare: è punire.

Non è solo in Italia. In India, in un luogo definito “centro di cura”, decine di persone con malattie mentali sono state trovate legate da catene ai letti. Quando è scoppiato un incendio, non hanno potuto scappare. Le stesse catene che dovevano difenderle sono diventate catene di morte.

In Corea del Sud, persone sono state legate ai letti per mesi, imprigionate dentro le loro menti e dentro quegli stessi letti, con documenti falsificati per mascherarlo come “cura”. In Bulgaria, un uomo è morto soffocato mentre un incendio bruciava nella sua stanza — legato, incapace di muoversi.

E poi ci sono le altre storie, quelle che non fanno mai i titoli più grandi: persone ignorate, lasciate sole, senza cure, senza qualcuno che guardi davvero la loro sofferenza negli occhi.

Non è cura quando una persona viene ridotta a un corpo da contenere. Non è protezione quando la sofferenza viene trattata come un pericolo da immobilizzare.

Dentro la mia mente

La mia testa è come un labirinto di pensieri che non smettono mai di muoversi. Non è tristezza fine a se stessa, non sono “giorni neri”. È una guerra interna continua: il mondo è troppo grande, io sono piccolo, e ogni stimolo diventa un’investigazione infinita.

Eppure, non è tutto buio. Ci sono momenti in cui il mondo mi appare nei suoi colori più vivi: il verde degli alberi al tramonto, un sorriso inaspettato, il suono di una risata pura.

Ricordo una volta, tanti anni fa, quando qualcuno mi ha ascoltato davvero — non con l’attenzione di chi è educato, ma con gli occhi di chi si ferma per guardare dentro di me. Quel momento mi ha aperto qualcosa: mi ha fatto capire che l’empatia non è astratta, ma può essere una medicina genuina.

E poi ci sono i miei ricordi più brutti: una volta sono stato portato in una struttura e legato a un letto come se fossi un pericolo pubblico. Non mi è stato chiesto come mi sentivo. Non c’è stata una parola di conforto, solo catene e distanza. In quel momento ho sentito la mia dignità spezzata in una maniera che non auguro a nessuno.

La mia famiglia, all’inizio, ha cercato di aiutarmi. Ma con il passare degli anni, con ogni tentativo che sembrava non bastare, si è allontanata. Hanno detto che non sapevano più come starmi accanto, che non avevano le forze. Sono rimasto solo.

Quando un uomo con fragilità mentale viene lasciato solo, quel vuoto non si riempie: si spalanca. Non riuscire a lavorare come gli altri non è una questione di pigrizia.

Non è facile ammetterlo: nessuno vuole essere ricordato come qualcuno che deve supplicare. Ma è la verità di molti. Eppure, ci sono momenti di felicità reale: un giorno perfetto in cui il mio pensiero non ha lottato, una parola gentile detta da uno sconosciuto.

Immagina un futuro diverso

Ora permettetemi di parlarvi come parlerei a un bambino seduto davanti a me.

Immagina un futuro bellissimo. Immagina un mondo dove chi soffre non viene giudicato, isolato o evitato, ma accolto con vera umanità.

Immagina scuole che comprendono, comunità che ascoltano, persone che non voltano lo sguardo di fronte al dolore. Immagina che chi ha difficoltà mentali possa vivere con dignità e speranza.

Quando nei casi di cronaca qualcuno con problemi mentali fa un errore, non sto dicendo che ci sia una giustificazione. Non c’è. Quello che voglio è prevenzione, non condanna.

Anche nelle menti che molti chiamano disturbate — in quelle fragilità profonde che la società non sa dove mettere — può nascere un desiderio di luce, di futuro, di amore. E quel desiderio può diventare reale se lo guardiamo con gli occhi del cuore.

Guardate chi soffre non come un rischio. Guardatelo come una persona. E allora, forse, potrà nascere un mondo dove la fragilità è riconosciuta come forza.

Guardate chi soffre non come un rischio. Guardatelo come una persona. E allora, forse, potrà nascere qualcosa che non avete mai osato sperare: un mondo dove la fragilità è riconosciuta come forza, dove la sofferenza diventa memoria e insegnamento, e dove il cuore può davvero guidare gli occhi.

✍️ Nota dell’autrice

Io sono Sara. Mario è un personaggio che ho creato per dare voce a chi, nella società, viene spesso ignorato o emarginato. La sua storia nasce da fatti reali, cronaca e testimonianze.

Lo immagino mentre scrive durante un laboratorio di scrittura in una clinica psichiatrica, un luogo dove operatori e professionisti si dedicano ogni giorno ad ascoltare, curare e restituire dignità.

La mia speranza è che la voce di Mario raggiunga tutti, perché, in fondo, in un modo o nell’altro, siamo tutti un po’ Mario.

— Sara Bianchi

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