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Quando trema la terra

Ci sono mattine in cui il mondo sembra essersi fermato qualche istante prima che tu apra gli occhi. Il caffè fuma sul tavolo, la casa è immersa nel silenzio e fuori tutto continua come sempre. Le automobili percorrono le stesse strade, qualcuno porta il cane a passeggio, qualcun altro corre per non arrivare tardi al lavoro. È una normalità così perfetta da sembrare immortale.

Eppure basta un istante.

Non serve un’esplosione. Non serve una guerra. Basta che la terra decida di muoversi di pochi centimetri.

La cosa sorprendente non è il terremoto.

La cosa sorprendente è che noi viviamo ogni giorno come se fosse impossibile.

Costruiamo le nostre vite sopra un’idea di stabilità che non esiste. Compriamo case pensando che dureranno più di noi. Riempiamo stanze di fotografie, mobili, oggetti che raccontano chi siamo, come se la nostra identità avesse bisogno di essere custodita dal cemento. Pensiamo che le mura ci proteggano dal tempo, quando in realtà stanno semplicemente aspettando il loro turno per cadere.

Forse è questo il più grande inganno dell’uomo: convincersi che ciò che è stabile sia eterno.

Quando la terra trema non cadono soltanto gli edifici.

Cadono le abitudini.

Cadono i programmi della giornata.

Cadono le discussioni lasciate a metà.

Cadono gli appuntamenti rimandati.

Cadono le parole che pensavamo di poter dire domani.

Ed è proprio quel domani che improvvisamente scompare.

In quel preciso momento accade qualcosa di strano. Il tempo cambia consistenza.

Un secondo diventa infinito.

Dentro un solo secondo una madre cerca suo figlio.

Un padre dimentica il lavoro.

Un bambino smette di chiedere un giocattolo e cerca soltanto una mano.

Una persona anziana non pensa più ai medicinali ma alla porta da raggiungere.

La vita si riduce all’essenziale.

Respirare.

Trovare qualcuno.

Sentire una voce.

Capire se chi ami è ancora vivo.

È incredibile come serva la paura della morte per ricordarci cosa significhi essere vivi.

Per anni rincorriamo obiettivi che cambiano continuamente forma. Pensiamo alla carriera, alle scadenze, ai conti da pagare, alle discussioni sui social, ai piccoli rancori coltivati con una cura quasi maniacale. Difendiamo il nostro orgoglio come fosse un patrimonio da lasciare in eredità.

Poi arriva una scossa.

E tutto ciò che fino a cinque minuti prima sembrava indispensabile perde improvvisamente valore.

Mi domando spesso se sia davvero necessario aspettare una tragedia per rimettere ordine nelle nostre priorità.

Forse il problema non è che dimentichiamo di morire.

Il problema è che dimentichiamo di vivere.

Confondiamo il tempo con il calendario.

Pensiamo che vivere significhi semplicemente attraversare i giorni.

Ma vivere è un verbo molto più impegnativo.

Richiede presenza.

Richiede attenzione.

Richiede il coraggio di fermarsi quando tutti corrono.

Osservando le immagini di una città colpita da un terremoto, ciò che colpisce non sono soltanto gli edifici crollati.

È il silenzio.

Quel silenzio irreale che segue il rumore.

La polvere sospesa nell’aria.

Gli orologi fermi.

Le finestre spalancate.

Le sedie rimaste apparecchiate attorno a tavoli che nessuno finirà di sparecchiare.

Una scarpa rimasta da sola.

Un peluche coperto di calcinacci.

Una fotografia ancora appesa a un muro che non esiste più.

Sono questi dettagli a raccontare davvero una tragedia.

Perché le tragedie non distruggono soltanto la materia.

Interrompono la continuità della vita.

Spezzano gesti quotidiani che nessuno avrebbe mai pensato di perdere.

Eppure, proprio nel luogo in cui tutto sembra essersi concluso, compare qualcosa di profondamente umano.

Le persone iniziano a scavare.

Non aspettano sempre gli ordini.

Non domandano il cognome di chi stanno cercando.

Non chiedono per chi abbia votato, quale lingua parli o quale Dio preghi.

Scavano.

Con le mani.

Con le pale.

Con le unghie.

Con una determinazione che raramente si vede nella normalità.

Mi sono chiesta molte volte perché l’essere umano riesca a mostrare il meglio di sé quasi esclusivamente quando tutto il resto è andato perduto.

Perché abbiamo bisogno del disastro per ricordarci che esistiamo insieme?

Perché la solidarietà diventa spontanea soltanto quando il dolore è impossibile da ignorare?

Forse perché la sofferenza elimina tutte le sovrastrutture.

Davanti a una persona intrappolata sotto le macerie non esistono più ricchi e poveri.

Non esistono più destra e sinistra.

Non esistono più confini.

Esiste soltanto qualcuno che respira.

Ed è sufficiente.

Questa è la contraddizione che più mi inquieta.

Siamo capaci di un altruismo immenso, ma troppo spesso aspettiamo che sia la disperazione a convocarlo.

Nel frattempo, mentre la terra non trema, ci abituiamo a crolli più silenziosi.

Crollano relazioni.

Crollano famiglie.

Crolla la fiducia.

Crolla la salute mentale.

Crolla la dignità di chi perde il lavoro.

Crolla chi vive una guerra lontana dalle nostre finestre.

Crolla chi viene dimenticato in un letto d’ospedale, in un centro per migranti, in una periferia, in una casa dove nessuno ascolta il rumore delle sue lacrime.

Sono terremoti senza sismografi.

Non finiscono nei bollettini.

Non interrompono le trasmissioni televisive.

E proprio per questo rischiano di diventare normali.

Forse è questa la forma più pericolosa della distruzione.

Non quella che arriva all’improvviso.

Ma quella alla quale impariamo ad abituarci.

Ogni giorno assistiamo a piccoli crolli morali e sociali senza provare più stupore. Scrolliamo uno schermo, leggiamo una notizia, lasciamo un commento indignato e dopo pochi minuti torniamo a preoccuparci di altro. È come se il dolore degli altri avesse una data di scadenza sempre più breve.

Mi chiedo quante cose debbano ancora cadere perché comprendiamo che il tempo non è una promessa.

È un prestito.

E ogni giorno decidiamo come spenderlo.

Forse il senso della nostra esistenza non è evitare che la terra tremi. Quello non dipende da noi.

Dipende da noi, invece, decidere se aspettare le macerie per diventare finalmente umani.

Perché le città si ricostruiscono con il cemento.

Le persone si ricostruiscono con la presenza.

E una società si ricostruisce molto prima del disastro, nel modo in cui sceglie di guardare chi le vive accanto quando tutto sembra ancora in piedi.

Resto seduta davanti a queste righe senza sapere se abbiano davvero trovato un ordine o se siano soltanto il riflesso di una mattina in cui i pensieri hanno deciso di uscire prima di me.

Fuori continua a fare caldo. Un caldo pesante, immobile. Il ventilatore muove appena l’aria, il caffè ormai è freddo e il silenzio della casa è tornato quello di sempre.

Il mio cane mi osserva da qualche minuto.

Potrebbe sdraiarsi sul pavimento, dove le piastrelle conservano ancora un po’ di fresco. Sarebbe la scelta più logica. Invece si avvicina lentamente e si appoggia alla mia gamba. Resta lì, senza chiedere nulla. Non conosce il significato delle parole che ho appena scritto, non sa cosa sia un terremoto, una guerra o una coscienza. Eppure sembra accorgersi di qualcosa che io stessa faccio fatica a definire.

Gli animali hanno questa capacità silenziosa di riconoscere quello che noi impariamo a nascondere.

Forse percepisce soltanto un respiro diverso. O il modo in cui tengo le mani ferme sulla tastiera. Forse sente quell’inquietudine che ogni tanto ci attraversa quando ci rendiamo conto che la vita è infinitamente più fragile di quanto siamo disposti ad ammettere.

Gli accarezzo la testa.

Lui chiude gli occhi.

In quel gesto non c’è nessuna risposta alle domande che mi hanno accompagnata per tutta questa riflessione. Non c’è una soluzione, non c’è una verità definitiva. C’è soltanto una presenza.

E forse è questo che troppo spesso dimentichiamo mentre inseguiamo spiegazioni sempre più grandi: che prima di salvare il mondo bisogna essere capaci di accorgersi di chi ci è accanto. Di chi ci tende una mano. Di chi, senza dire una parola, sceglie di restare vicino invece di cercare un posto più comodo.

Continuo a pensare che la terra possa tremare in qualsiasi momento.

Ma forse ci sono legami che, pur nella loro estrema semplicità, ci ricordano ogni giorno ciò che conta davvero. Non perché ci promettano che nulla crollerà, ma perché, quando qualcosa dentro di noi vacilla, trovano il modo di farci sentire meno soli.

Il mio cane continua a dormire appoggiato alla mia gamba.

Io resto in silenzio.

Per questa mattina, credo che basti così.

A tutte le vittime del terremoto che ha colpito il Venezuela.

A chi non ha fatto in tempo a salutare.
A chi continua ad aspettare una voce sotto le macerie.
A chi oggi ha perso una casa, una famiglia, una parte della propria vita.

Questo scritto nasce guardando le vostre immagini, ma parla di tutti noi. Perché ogni volta che la terra trema da qualche parte del mondo, vacillano anche le nostre certezze.

Sara Bianchi

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