Home / Cultura / Cyrano2 / MORTI SUL LAVORO 2026: DIETRO I NUMERI CI SONO NOMI, VOLTI E STORIE

MORTI SUL LAVORO 2026: DIETRO I NUMERI CI SONO NOMI, VOLTI E STORIE

Nei primi cinque mesi dell’anno 370 vittime. Gli stranieri hanno un rischio di morte più che triplo rispetto agli italiani. Ma dietro ogni statistica c’è una persona.

Trecentosettanta.

È il numero delle vittime sul lavoro registrate in Italia tra gennaio e maggio 2026 secondo l’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente Vega Engineering, che elabora i dati INAIL.

Di queste, 269 sono morte durante l’attività lavorativa e 101 in itinere, cioè durante il tragitto casa-lavoro.

Nello stesso periodo del 2025 erano state 386. Il calo è quindi del 4,1%.

Un miglioramento statistico, certamente.

Ma proviamo a dirlo in un altro modo: 370 persone non sono tornate a casa.

E quando si passa dai numeri ai nomi, la statistica assume tutt’altro significato.

Gli stranieri pagano un prezzo enorme

Tra le 370 vittime dei primi cinque mesi del 2026, 106 erano lavoratori stranieri.

Di questi, 73 sono morti durante il lavoro e 33 in itinere.

Il dato più inquietante riguarda però l’incidenza: secondo Vega Engineering, nei primi cinque mesi del 2026 si registravano 28,2 morti ogni milione di occupati stranieri, contro 9,1 ogni milione di lavoratori italiani.

Il rischio risultava quindi oltre tre volte superiore.

Non significa, naturalmente, che sia la nazionalità a provocare gli incidenti. Il dato impone piuttosto di interrogarsi su quali lavori vengano affidati agli stranieri, sulle condizioni contrattuali, sugli appalti, sulla formazione e sull’eventuale lavoro irregolare.

I NOMI DIETRO LA STATISTICA

Raffaele Settembre, 47 anni

Il 12 maggio 2026 Raffaele Settembre morì mentre lavorava nello stabilimento della Centrale del Latte di Torino.

Era dipendente di una società esterna incaricata delle operazioni di movimentazione merci.

Secondo RaiNews, stava scaricando delle cisterne quando fu travolto da bancali del peso complessivo di circa 750 chili.

I soccorritori tentarono di rianimarlo, senza riuscirci.

Raffaele viveva a Orbassano.

Simone Dallai, 47 anni

Il 26 maggio, a Cavriago, in provincia di Reggio Emilia, morì Simone Dallai, 47 anni.

Lavorava in un’azienda metalmeccanica.

Secondo la ricostruzione riportata da RaiNews, il muletto che stava guidando si ribaltò e lo schiacciò.

I soccorsi furono immediati, ma per l’operaio non ci fu nulla da fare.

Una normale operazione di movimentazione merci trasformata, in pochi secondi, in una tragedia.

Un operaio ucraino, 35 anni

Il 26 maggio, a Francofonte, nel Siracusano, perse la vita anche un operaio ucraino di 35 anni.

Lavorava per un’azienda che installava impianti fotovoltaici.

Era impegnato nello scarico di materiale da un camion quando rimase schiacciato da un pallet contenente pannelli fotovoltaici.

Fu trasportato all’ospedale di Lentini, dove morì per le ferite riportate.

Le principali fonti consultate non ne hanno pubblicato il nome.

E anche questo dovrebbe farci riflettere: si può entrare nella statistica nazionale delle morti sul lavoro senza che gran parte del Paese conosca nemmeno il tuo nome.

Tahar El Haddad, 55 anni, marocchino

Il 29 giugno morì Tahar El Haddad, bracciante agricolo marocchino di 55 anni.

Stava raccogliendo angurie in un campo di Borgocarbonara, nel Mantovano, durante una forte ondata di caldo.

Si accasciò improvvisamente mentre lavorava.

I colleghi chiamarono i soccorsi, ma l’uomo morì.

La vicenda riportò al centro anche il problema del lavoro agricolo durante temperature estreme e della tutela di chi trascorre molte ore all’aperto.

Sergiu Sirbu, 52 anni, moldavo

Un altro nome è quello di Sergiu Sirbu, cittadino moldavo di 52 anni.

Morì nell’aprile 2026 nell’ex zuccherificio di Porto Viro, in provincia di Rovigo.

Stava lavorando allo smontaggio di un ponteggio installato su un silos quando precipitò da circa venti metri.

La Procura avviò un’indagine per verificare il rispetto delle norme di sicurezza e iscrisse nel registro degli indagati responsabili dell’attività lavorativa e della sicurezza.

Essere indagati, va ricordato, non equivale naturalmente a essere colpevoli: le responsabilità devono essere stabilite dalla magistratura.

E POI C’È NICU

Nicu rappresenta forse il caso che rende più difficile rifugiarsi dietro le statistiche.

Era moldavo.

Era arrivato in Italia da pochissimo.

Lavorava senza un regolare contratto in un cantiere nel Padovano.

Secondo quanto riportato dalle cronache sull’inchiesta, dopo essersi sentito male sarebbe trascorso un lungo intervallo prima dell’intervento dei soccorsi.

La Procura sta verificando le responsabilità e le circostanze della sua morte.

Proprio perché esiste un’indagine in corso, è necessario non trasformare ipotesi investigative in sentenze.

Ma una domanda rimane.

Com’è possibile che un uomo possa arrivare in Italia e ritrovarsi quasi immediatamente a lavorare in nero in un cantiere?

E soprattutto: quanto lavoro sommerso esiste che non vediamo finché qualcuno non muore?

370 NON È UN NUMERO

Nei primi cinque mesi del 2026 le vittime sono state 370.

Tra loro:

106 erano straniere.

39 erano donne.

La fascia con il maggior numero assoluto di morti durante il lavoro era quella tra i 55 e i 64 anni, con 103 vittime su 269.

I settori maggiormente colpiti risultavano costruzioni, trasporti e magazzinaggio e attività manifatturiere.

Nello stesso periodo sono state presentate 261.389 denunce di infortunio, il 5,5% in più rispetto all’anno precedente.

Possiamo continuare a chiamarla emergenza.

Ma un’emergenza dovrebbe essere qualcosa di eccezionale.

Quando invece si ripete ogni anno, ogni mese, qualche volta ogni giorno, forse bisogna chiamarla con un altro nome.

È un problema strutturale.

Cadute dall’alto.

Muletti.

Macchinari.

Schiacciamenti.

Appalti e subappalti.

Agricoltura.

Lavoro irregolare.

Sono dinamiche che tornano continuamente nelle cronache.

E poi, dopo qualche ora, spariscono.

Rimane una riga:

“Un altro morto sul lavoro.”

No.

Non era “un altro morto”.

Era Raffaele.

Era Simone.

Era Tahar.

Era Sergiu.

Era Nicu.

E ce ne sono centinaia dei quali probabilmente non conosceremo mai il nome.

Forse il primo passo per smettere di considerarli una statistica è molto semplice:

cominciare a chiamarli per nome.


FONTI E NOTA METODOLOGICA

I dati nazionali utilizzati nell’articolo provengono dall’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente Vega Engineering, elaborati su dati INAIL e pubblicati il 7 luglio 2026.

Le informazioni sui singoli incidenti provengono da RaiNews, ANSA, Corriere della Sera e altre cronache locali verificate.

INAIL non mette a disposizione un elenco pubblico completo delle vittime contenente contemporaneamente nome, età e nazionalità. Per questa ragione l’elenco nominativo di questo articolo non rappresenta tutte le vittime del 2026, ma soltanto alcuni casi per i quali l’identità è stata resa pubblica e verificabile.

I dati nazionali più recenti utilizzati per il confronto arrivano a maggio 2026 e non costituiscono quindi il bilancio definitivo dell’anno.

Mi chiamo Nicu

Tag:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

� style="margin-left:10px; vertical-align:middle;"> Il tuo browser non supporta l'audio HTML5.