HO VISTO UN UOMO
Non so come si chiami. Non so quanti anni abbia davvero, da quale città venga, se abbia una madre che lo aspetta, un fratello che ogni tanto riesce ancora a sentirlo al telefono, una donna alla quale aveva promesso che un giorno sarebbe tornato con abbastanza denaro per ricominciare. Ieri l’ho incontrato alla stazione di Torino. Era lì, seduto sopra alcune coperte, magro fino quasi a scomparire dentro i vestiti, con quella postura che non è ancora resa ma non è nemmeno riposo. Questa, dunque, non è la sua biografia. Non ho il diritto di inventargliela e chiamarla verità. È una storia possibile. Una storia costruita sulle traiettorie di migliaia di persone che hanno attraversato l’Africa, la Libia e il Mediterraneo e che, dopo essere sopravvissute all’impossibile, hanno scoperto che sopravvivere non significa necessariamente essere arrivati.
Forse tutto comincia molto prima dell’Europa. In un villaggio, in una periferia, in una città africana dove da bambino non pensava affatto di diventare un “migrante”. Nessun bambino nasce sognando un centro d’accoglienza. Nessuno, mentre gioca per strada, immagina che un giorno il proprio nome verrà sostituito da una categoria amministrativa: richiedente asilo, irregolare, clandestino, extracomunitario. Forse voleva soltanto lavorare. Forse aveva imparato un mestiere. Forse aveva studiato poco, forse abbastanza. Forse a casa sua mancava il denaro, oppure mancava la sicurezza, oppure il lavoro, oppure semplicemente mancava quella cosa invisibile che chiamiamo futuro. Giorno dopo giorno deve essersi accorto che restare non significava più vivere, ma aspettare. Aspettare che cambiasse qualcosa, aspettare un salario, aspettare che finisse una violenza, aspettare che la famiglia avesse bisogno di meno soldi, aspettare che arrivasse un domani che continuava a somigliare disperatamente al giorno precedente. A un certo punto qualcuno gli avrà parlato del nord. Dell’Europa. Dell’Italia. Forse non come di un paradiso, ma semplicemente come di un posto in cui lavorare può servire a qualcosa. Ed è questo uno dei nostri equivoci più comodi: immaginiamo che chi parte abbia davanti una cartina geografica, confronti le opportunità, prenoti un viaggio e scelga l’Europa. Molto spesso non sceglie l’Europa. Sceglie di non restare dove non vede più una possibilità.
Poi arriva il deserto. E qui bisogna fermarsi, perché noi pronunciamo la parola deserto con una facilità quasi oscena. La associamo alle dune, alle fotografie spettacolari, all’orizzonte infinito. Ma per chi attraversa il Sahara stipato sul cassone di un pick-up, il deserto non è un paesaggio. È una macchina che seleziona chi continua e chi resta indietro. Immaginatelo per davvero. Non per cinque secondi. Per giorni. Il sole che non illumina: brucia. La sabbia che entra negli occhi, nei capelli, nella bocca, nei vestiti. L’acqua che non è più una bevanda ma una misura del tempo che ti resta. Ogni sorso diventa una decisione. Bevo adesso o fra un’ora? E se domani non arriviamo? Se il camion si rompe? Se l’autista decide che siamo troppi? Uomini e donne ammassati uno contro l’altro, con le gambe intorpidite, la schiena spezzata, la paura di addormentarsi perché addormentarsi significa lasciare per qualche minuto il controllo del proprio corpo a un luogo in cui nessuno controlla niente. E se qualcuno sta male? Se sviene? Se cade? Il deserto non ha ambulanze. Non ha pronto soccorso. Non ha telecamere. Non ha testimoni. Nel deserto si può morire senza produrre nemmeno una notizia. Il camion prosegue e una persona che fino a pochi minuti prima aveva un nome, una famiglia, ricordi, paure, desideri, può diventare semplicemente un corpo lasciato accanto alla pista. Gli altri guardano. Poi devono guardare avanti, perché fermarsi potrebbe significare raggiungerlo. Questa forse è una delle cose che non comprendiamo quando osserviamo un uomo seduto su una coperta a Torino: quell’uomo potrebbe avere visto morire qualcuno a pochi centimetri da lui e non aver avuto neppure il privilegio di piangerlo.
E quando finalmente il deserto finisce, non necessariamente comincia la salvezza. Può cominciare la Libia. Anche qui abbiamo costruito un vocabolario rassicurante: “centri di detenzione”, “strutture”, “campi”. Parole burocratiche. Sterili. Quasi pulite. Ma dietro quelle parole, per anni, organizzazioni internazionali, giornalisti e sopravvissuti hanno documentato sequestri, torture, estorsioni, violenze sessuali, lavori forzati e compravendita di esseri umani. E allora proviamo a togliere per un momento il linguaggio diplomatico. Immagina di essere arrivato dopo settimane di deserto. Sei esausto, disidratato, affamato. Pensi che il peggio sia passato. Invece qualcuno ti prende. Ti chiude dentro. Non sai per quanto tempo. Non sai chi comanda. Non sai quali regole esistano perché, semplicemente, le regole non esistono. Il tuo corpo diventa la garanzia di un debito. Se la tua famiglia paga, forse esci. Se non paga, continui a essere utile in un altro modo. Una telefonata a casa può diventare parte della tortura. Non chiami per dire «sono arrivato». Chiami perché qualcuno vuole che tua madre senta le tue urla e trovi denaro che probabilmente non possiede. Provate a immaginare quella madre dall’altra parte del telefono. Provate a immaginare cosa significhi raccogliere soldi nel villaggio, vendere un animale, chiedere prestiti, indebitarsi, pur di comprare non un futuro per tuo figlio, ma semplicemente la speranza che smettano di picchiarlo. È questo il punto nel quale la parola “migrante economico” diventa talvolta grottesca. Come se un essere umano che è finito dentro quella macchina di violenza potesse ancora essere spiegato soltanto dalla ragione per cui era partito mesi prima.
Poi, un giorno, qualcuno dice che si parte. Non significa libertà. Significa mare. Arrivano di notte, perché certe traversate preferiscono l’oscurità. La costa libica dietro, il Mediterraneo davanti. Noi lo guardiamo dalle spiagge d’estate, con gli ombrelloni e i bambini che giocano nell’acqua. Per lui lo stesso mare può essere un muro senza mattoni. Sale su un gommone, su una barca di legno, su qualcosa che spesso chiamiamo “imbarcazione” soltanto per generosità linguistica. Troppi corpi, troppo poco spazio, troppo poco carburante, troppo poche possibilità. Quando parte, forse non sa nuotare. Ma anche se sapesse nuotare cambierebbe poco. Nel Mediterraneo aperto non si nuota verso la salvezza. Si resiste finché qualcuno arriva.
La notte in mare è diversa da tutte le altre notti. Non ci sono lampioni, non ci sono edifici, non ci sono punti di riferimento. Sopra hai il cielo. Sotto hai chilometri d’acqua. Intorno senti uomini che pregano in lingue diverse, bambini che piangono, donne che cercano di rassicurarli senza sapere se stanno mentendo. Il motore tossisce e ogni volta che cambia rumore tutti ascoltano. Perché quel rumore è la vita. Finché il motore gira, esiste una direzione. Se si spegne, rimane soltanto il mare. E allora immagina ore così, senza sapere se davanti c’è l’Italia o niente. Qualcuno vomita, qualcuno perde conoscenza, qualcuno stringe una bottiglia d’acqua ormai vuota. Le onde arrivano sul bordo. Le persone si spostano e qualcuno grida di stare fermi perché basta un movimento sbagliato per inclinare tutto. Forse entra acqua. Forse qualcuno cerca di svuotarla con una tanica tagliata. Forse in quel momento l’uomo che ieri era seduto alla stazione di Torino non chiedeva un permesso di soggiorno, non chiedeva un sussidio, non chiedeva una casa popolare. Chiedeva soltanto al mare di concedergli la mattina successiva.
Poi, finalmente, compare qualcosa all’orizzonte. Una luce. Una nave. Una motovedetta. Persone che indicano, urlano, piangono. Per la prima volta dopo giorni, forse mesi, qualcuno gli mette addosso una coperta termica. Gli dà acqua. Lo fa sedere. Gli dice che è vivo. Ed è possibile che proprio in quel momento abbia pensato: è finita.
Ma non era finita. Era cominciata un’altra parte della storia.
Arrivano le impronte digitali, le fotografie, le domande. Nome. Età. Nazionalità. Da dove vieni? Perché sei partito? Attraverso quali Paesi sei passato? Hai parenti in Europa? Documenti? Devi raccontare una vita intera dentro moduli costruiti per contenere caselle. Poi vengono i centri di accoglienza, se accoglienza è davvero la parola giusta per ogni struttura in cui si finisce. Alcuni funzionano, altri molto meno. In alcuni trovi persone che cercano seriamente di aiutarti. In altri impari soprattutto ad aspettare. Aspettare documenti. Aspettare commissioni. Aspettare trasferimenti. Aspettare che qualcuno decida chi sei e quale pezzo della tua storia abbia valore giuridico. Passano settimane, mesi, magari anni. Nel frattempo impari qualche parola d’italiano. Cerchi di capire gli autobus. I documenti. Le regole. La gente. Cerchi di capire perché alcune persone ti sorridono e altre cambiano marciapiede.
E poi arriva la promessa più semplice: il lavoro. È per questo che molti accettano tutto. Agricoltura, magazzini, pulizie, edilizia, consegne. Qualsiasi cosa. Ma il lavoro può non arrivare affatto, oppure arrivare in forme che assomigliano più allo sfruttamento che a un lavoro. Giorni senza contratto, poche decine di euro, dormitori improvvisati. E quando non arriva niente, comincia la caduta silenziosa. Prima perdi la stanza. Poi perdi un indirizzo. Poi diventa più difficile ricevere comunicazioni. Poi diventa più difficile presentarsi puliti a un colloquio. Poi diventa più difficile perfino sembrare quella persona “integrabile” che tutti pretendiamo di voler aiutare. È un meccanismo spietato: più cadi, più la società ti considera responsabile di essere caduto.
E lui forse continua a provarci. Non sappiamo come viva realmente quest’uomo, quindi non trasformiamolo né in santo né in colpevole. Ma immaginiamo per un momento che cerchi semplicemente di non fare del male a nessuno. Che ogni giorno debba trovare qualcosa da mangiare senza rubarlo. Che debba trovare un posto dove dormire senza occuparlo. Che debba sopravvivere senza diventare quella caricatura dello straniero pericoloso che qualcuno ha già deciso che sia. E qui emerge una delle nostre contraddizioni più feroci: diciamo «deve integrarsi», ma senza casa, senza lavoro stabile, senza una rete sociale, perfino l’integrazione diventa un privilegio. Chiediamo all’uomo di salire una scala mentre continuiamo a togliere i pioli.
Così dimagrisce. Giorno dopo giorno. Non serve una bilancia per capirlo. Il viso si scava, gli zigomi emergono, le braccia diventano sottili. Il corpo comincia a consumare se stesso. Non c’è niente di poetico nella fame. La fame non nobilita. Non rende migliori. Riduce il mondo alle cose fondamentali: oggi mangio? Stanotte dove dormo? Domani farà freddo? È questo forse ciò che vediamo nella fotografia. Non possiamo sapere cosa stia pensando. Ma possiamo vedere le coperte.
Tante coperte.
Bianche. Azzurre. Diverse l’una dall’altra. Forse regalate da un’associazione. Forse lasciate da qualcuno che passa ogni mattina. Forse da una donna che un giorno lo ha visto tremare. Forse da persone che non conosceranno mai il suo nome.
Ed è quasi insopportabile quanto sia semplice, alla fine, il bilancio di tutta questa storia possibile. Un uomo attraversa migliaia di chilometri. Sopravvive al deserto. Potrebbe sopravvivere ai carcerieri libici. Potrebbe sopravvivere al Mediterraneo. Arriva nell’Europa delle costituzioni, delle convenzioni internazionali, dei diritti umani, delle economie sviluppate.
E alla fine la sua proprietà più preziosa sono alcune coperte regalate da sconosciuti.
Poi arriva una parola nuova: rimigrazione.
Sembra tecnica. Moderna. Quasi elegante. Una di quelle parole capaci di rendere semplice ciò che semplice non è. Rimandiamoli indietro.
Indietro dove?
Al punto esatto dal quale erano partiti anni prima? Nel Paese che forse non riconoscerebbero più? Attraverso il deserto? In Libia? Oppure basta caricarli su un aereo affinché la storia precedente scompaia?
Qui c’è un controargomento serio e non va nascosto: uno Stato ha il diritto di regolare le frontiere, decidere chi può restare secondo la legge, espellere chi non possiede titolo per soggiornare e pretendere che chi arriva rispetti le regole. Sicurezza e immigrazione non sono parole proibite. Chi commette un reato deve risponderne. Ma proprio per questo la domanda diventa più difficile, non più facile: cosa facciamo di chi non delinque, non trova lavoro, perde ogni sostegno e lentamente scompare sul nostro marciapiede?
Perché ieri alla stazione di Torino non ho visto “l’immigrazione”.
Ho visto un uomo.
Un uomo seduto sopra coperte che qualcun altro gli ha regalato affinché il suo corpo potesse conservare abbastanza calore da arrivare al giorno successivo.
E allora forse questa fotografia non ci chiede di essere buoni. La bontà è troppo facile. Dura il tempo di un’emozione.
Ci chiede qualcosa di molto più scomodo.
Ci chiede di essere coerenti.
Se diciamo che deve lavorare, dobbiamo domandarci come può arrivare a un lavoro.
Se diciamo che deve integrarsi, dobbiamo domandarci dentro cosa dovrebbe integrarsi.
Se diciamo che deve rispettare la legge, dobbiamo dargli almeno una strada legale sulla quale camminare.
E soprattutto, prima di discutere se quest’uomo debba stare qui o altrove, dovremmo ricordarci di una cosa elementare che la politica riesce sorprendentemente bene a dimenticare:
quest’uomo non è nato su quel marciapiede.
C’è stata una casa prima delle coperte.
Una strada prima del deserto.
Un volto prima della fotografia.
Una speranza prima del Mediterraneo.
E forse il fallimento più grande non è che sia arrivato fin qui.
È che, dopo essere arrivato vivo, siamo riusciti a convincerlo che non c’era più nessun posto dove arrivare.
Stanotte sistemerà ancora quelle coperte. Una sotto il corpo per isolarsi dalla pietra. Una sopra le gambe. Un’altra sulle spalle quando la temperatura scenderà.
Domani qualcuno passerà davanti a lui correndo verso un treno.
Qualcuno lo guarderà.
Qualcuno abbasserà gli occhi.
Qualcuno penserà: «Un altro immigrato».
Eppure, dietro quelle tre parole, potrebbe esserci un continente attraversato, un deserto sopravvissuto, una prigione scampata, un mare affrontato nel buio e un futuro che, una volta finalmente raggiunto, non c’era.
E alla fine di tutto questo non sta chiedendo l’Europa.
Non sta chiedendo il paradiso.
Non sta chiedendo nemmeno che gli restituiamo il sogno con cui era partito.
Forse, stanotte, quelle coperte stanno chiedendo per lui una cosa molto più piccola.
E proprio per questo molto più terribile.
Vivere ancora una notte.
La Stoccata di Cyrano





