La voce di Italo
Una sera ai Castelli Romani, il jazz e l’incontro inatteso con un uomo che ha deciso di farsi ascoltare
22 agosto 2026
Doveva essere una normale sera d’estate.
Ero uscita a cena con mio marito e degli amici. Una di quelle sere senza un programma preciso per il dopo: si mangia, si parla, si ride e poi si decide cosa fare.
Finita la cena ci siamo fermati perché poco distante c’era un concerto.
Siamo nella zona dei Castelli Romani, davanti alla residenza del Papa. È una sera calda di agosto. Le luci illuminano il palco e una parte della strada, mentre tutto intorno rimane immerso in quella penombra tipica delle sere estive. Ci sono persone sedute, altre in piedi, gruppetti che parlano ancora tra loro. Qualcuno è arrivato apposta, qualcun altro, come me, si è semplicemente trovato lì.
Mi avvicino.
Leggo, o forse sento pronunciare, Jazz for SLA.
Poi, a un tratto, dagli altoparlanti arriva una voce.
È una voce robotica.
Non appartiene a un presentatore e non è un effetto dello spettacolo.
È la voce di Italo.
Cerco con gli occhi da dove provenga e lo vedo.
È lì, davanti a noi, sulla sua sedia, con accanto i macchinari e gli strumenti che gli permettono di comunicare e di affrontare la sua quotidianità. Il corpo ha pochissime possibilità di movimento. Intorno a lui ci sono persone che lo accompagnano e lo assistono. Davanti, il pubblico.
Eppure è lui a prendere la parola.
Anzi, in quel momento, è lui a prendere la scena.
Non perché qualcuno racconti la sua storia al posto suo. Non perché un presentatore spieghi al pubblico chi sia quell’uomo seduto davanti al palco.
È Italo stesso a raccontarsi.
È padre di famiglia ed è affetto da Sclerosi Laterale Amiotrofica, la SLA.
La SLA è una malattia neurodegenerativa progressiva che colpisce i motoneuroni, le cellule nervose che permettono al nostro cervello di comandare i muscoli volontari.
Con il progredire della malattia diventano sempre più difficili gesti che normalmente compiamo senza pensarci: camminare, utilizzare le mani, parlare, deglutire. Nelle fasi più avanzate può essere compromessa anche la capacità di respirare autonomamente.
La ricerca scientifica sulla SLA esiste e negli ultimi anni ha permesso di comprendere meglio alcuni meccanismi della malattia e di sviluppare trattamenti e tecnologie di supporto. Ma una cura risolutiva, oggi, non c’è ancora.
Ed è proprio di questo che Italo vuole parlare.
Non soltanto della malattia, ma di quello che significa esserci dentro.
Parla della solitudine.
Racconta la sensazione che della SLA si parli troppo poco, che la ricerca abbia bisogno di maggiore attenzione e maggiori risorse, che la sofferenza delle persone malate e delle loro famiglie troppo spesso rimanga confinata nelle loro case.
Poi affronta un argomento ancora più difficile.
Parla della morte e del suicidio tra le persone gravemente malate.
Non lo fa per cercare compassione.
Lo mette davanti al pubblico come una questione della quale, secondo lui, non si parla abbastanza.
Ed è forse questo il momento in cui quella serata smette definitivamente di essere, almeno per me, semplicemente un concerto.
Perché davanti a me non c’è più soltanto un uomo che sta raccontando la propria malattia.
C’è qualcuno che sta dicendo qualcosa sul modo in cui noi, come società, scegliamo ciò che vogliamo vedere e ciò che preferiamo non vedere.
Intorno, intanto, la serata continua.
Le luci del palco tagliano il buio. Le persone ascoltano. Qualcuno è immobile, qualcuno abbassa lo sguardo, altri fissano Italo.
Io continuo a guardarlo.
E la cosa che mi colpisce è il contrasto.
Il suo corpo ha pochissima possibilità di movimento, ma le sue parole arrivano ovunque.
Poi Italo racconta qualcosa che cambia nuovamente il senso della serata.
Dice che, a un certo punto della sua storia, ha fatto una scelta.
Ha deciso di non arrendersi.
Non potendo scegliere la malattia che gli è capitata, ha scelto che cosa fare con quello che gli rimane.
Ha deciso di contribuire.
Di sensibilizzare.
Di parlare della SLA.
E ha scelto di farlo attraverso la musica.
E allora capisco meglio perché siamo tutti lì.
Capisco Jazz for SLA.
Quello che inizialmente avevo percepito semplicemente come il nome di un concerto diventa improvvisamente il modo che Italo ha trovato per combattere.
E mentre lo ascolto mi viene spontanea una domanda:
quanti modi esistono per combattere?
Siamo abituati a immaginare la lotta come movimento, forza, azione.
Italo combatte praticamente immobile.
Lo fa attraverso una voce elettronica, attraverso un palco, attraverso dei musicisti e attraverso tutte le persone che quella sera hanno deciso di fermarsi ad ascoltare.
Ha trovato il suo modo per dire: io ci sono.
Il suo modo per costringerci, almeno per una sera, a guardare qualcosa da cui normalmente è molto facile distogliere lo sguardo.
E più lo ascoltavo, più avrei voluto fargli domande.
Tantissime.
Se fossimo stati soli, probabilmente sarei rimasta a parlare con lui per ore.
Avrei voluto chiedergli cosa pensa del mondo.
Non soltanto della SLA.
Del mondo.
Avrei voluto sapere come lo guarda oggi.
Se la malattia gli abbia fatto scoprire qualcosa delle persone che prima non vedeva.
Chi è rimasto e chi è andato via.
Che cosa lo fa arrabbiare.
Che cosa riesce ancora a sorprenderlo.
Che rapporto abbia oggi con il tempo.
Che cosa significhi essere padre mentre il proprio corpo cambia in questo modo.
E avrei voluto chiedergli quante delle cose dietro alle quali corriamo ogni giorno gli appaiano, viste dalla sua posizione, terribilmente piccole.
Forse, però, una parte della risposta me l’aveva già data.
Era davanti a me.
Un uomo al quale la malattia ha progressivamente sottratto possibilità che normalmente consideriamo elementari aveva organizzato una serata dedicata alla musica per parlare agli altri.
Non si era chiuso nel silenzio.
Aveva trovato un’altra voce.
Una voce sintetica, certo.
Ma ascoltandola per qualche minuto succede una cosa curiosa: smetti quasi di sentirne il suono artificiale.
Cominci ad ascoltare soltanto quello che dice.
Poi arriva la musica.
Il jazz riempie lo spazio. Le luci rimangono accese, i musicisti prendono il loro posto, il pubblico torna a muoversi.
Ma per me qualcosa è cambiato.
Quello che Italo mi ha insegnato stasera
Forse questa sera avevo bisogno di trovarmi proprio lì.
Venivo da giorni di stanchezza infinita. Da quei periodi in cui hai la testa piena di cose che vorresti realizzare, progetti che immagini, strade che vorresti percorrere, e contemporaneamente la sensazione di consumare energie girando a destra e a sinistra alla ricerca delle persone giuste.
Perché le idee possono essere tante, la volontà pure, ma a volte manca qualcuno disposto a seguirti.
E quando succede abbastanza volte cominci inevitabilmente a domandarti se abbia senso continuare a provarci.
In questi giorni sentivo il bisogno di un segnale.
Non so nemmeno esattamente quale.
Qualcosa che mi riportasse nel qui e ora.
Poi, questa sera, davanti a me c’era quella piazza.
Era lì.
Reale.
Con le sedie, le persone, il palco, le luci, i musicisti.
E mentre la guardavo è successa una cosa strana: nella mia testa quella piazza ha cominciato a moltiplicarsi.
Una piazza diventava dieci.
Cento.
Mille.
Fino a diventare milioni di persone.
E ho pensato che forse fino a oggi avevo immaginato in maniera troppo stretta il significato della parola lotta.
Quando pensiamo a qualcuno che vuole cambiare qualcosa, sensibilizzare, denunciare un’ingiustizia o difendere una causa, immaginiamo quasi automaticamente una marcia, uno striscione, un corteo, un coro, un microfono.
Sono strumenti fondamentali.
Ma non sono gli unici.
Quella sera Italo non aveva organizzato una marcia.
Aveva scelto il jazz.
Ed è lì che credo di aver capito qualcosa.
Si può scuotere l’attenzione delle persone utilizzando tutto ciò che abbiamo a disposizione.
Si può farlo con la musica.
Con un quadro.
Con una fotografia.
Con il teatro.
Con un film.
Con una poesia.
Con una storia.
Con una danza.
Con qualsiasi linguaggio capace di attraversare quella distanza invisibile che spesso esiste tra noi e i problemi degli altri.
Forse l’arte possiede proprio questa possibilità: farci entrare in una questione prima ancora che qualcuno ci chieda di prendere posizione.
Non ci ordina necessariamente di ascoltare.
Ci porta ad ascoltare.
E questa differenza è enorme.
Perché si può chiedere alle persone di lottare soltanto attraverso il sacrificio, il dovere, l’indignazione.
Oppure si può provare a coinvolgerle attraverso qualcosa che amano.
Italo ha scelto la musica.
Qualcun altro sceglierà la pittura, la fotografia, il cinema, la scrittura, il teatro.
E forse è proprio questo il punto: non dobbiamo necessariamente rinunciare a ciò che amiamo per combattere per qualcosa in cui crediamo. Possiamo trasformare ciò che amiamo nel nostro modo di combattere.
Questa sera io ero uscita per una cena.
Non cercavo una lezione.
Non cercavo la SLA.
Non cercavo Italo.
Eppure, in quella piazza, ho trovato qualcosa che da giorni stavo cercando altrove.
Una risposta molto semplice a una domanda che continuava a girarmi in testa: cosa fai quando hai qualcosa da dire ma hai la sensazione che nessuno ti stia seguendo?
Forse continui.
Ma trovi il tuo linguaggio.
Trovi il tuo palco.
Trovi quello che sai fare e lo utilizzi per creare uno spazio nel quale gli altri abbiano voglia di entrare.
Perché Italo questa sera non poteva alzarsi da quella sedia.
Eppure ha mosso una piazza.
Questa è la cosa che mi porto a casa.
Non so ancora dove porteranno tutti i progetti che ho in testa. Non so quante persone decideranno di seguirli e quante volte mi capiterà ancora di sentirmi stanca mentre cerco la strada per realizzarli.
Ma stasera quella piazza l’ho vista.
E per qualche secondo l’ho vista moltiplicarsi.
Ho immaginato altre piazze, altre persone, altri artisti, altre cause, altri modi di utilizzare ciò che sappiamo fare per attirare l’attenzione su ciò che rischia di rimanere invisibile.
Forse era questo il segnale che stavo cercando.
Non aspettare di avere una folla per cominciare.
Comincia da quello che hai.
Da quello che sai fare.
Da quello che ami.
Italo aveva una voce elettronica, una storia da raccontare e la musica.
Questa sera è bastato perché una sconosciuta, passata di lì quasi per caso dopo una cena con gli amici, tornasse a casa continuando a pensare alle sue parole.
Quella sconosciuta ero io.
E se lo scopo era farsi ascoltare, Italo, almeno con me, questa sera ci è riuscito.





