QUELLI CHE A DETTA DI MOLTI RIPOSANO IN PACE
Entro quando è quasi buio.
Il cancello del cimitero fa quel rumore metallico che fanno le cose costruite per separare due mondi.
Fuori ci sono automobili, notifiche, semafori, persone che hanno fretta di arrivare da qualche parte. Qualcuno sta litigando al telefono. Qualcuno ordina la cena. Qualcuno bacia qualcuno. Qualcuno sta decidendo di andarsene. Qualcuno, in questo preciso istante, sta ricevendo una notizia che dividerà la sua esistenza in un prima e in un dopo.
Dentro, invece, nessuno ha più fretta.
Cammino.
Le fotografie sulle lapidi cominciano a emergere dalla penombra una dopo l’altra.
Visi.
È questo che un cimitero possiede più di qualsiasi altro luogo: visi che non possono più invecchiare.
Una ragazza resterà giovane per sempre.
Un bambino non perderà mai i denti da latte.
Un uomo non scoprirà come sarebbe stato il proprio volto a settant’anni.
Una madre continuerà a sorridere dalla stessa fotografia mentre i suoi figli diventeranno più vecchi di lei.
E improvvisamente capisco una cosa terribile.
Qui non sono sepolti soltanto i morti.
Sono sepolti anche tutti i loro futuri.
Sotto una lastra non c’è solamente un corpo.
C’è una domenica che non è mai arrivata.
Una laurea mai festeggiata.
Una porta di casa che nessuno ha più aperto.
Un viaggio prenotato.
Un messaggio rimasto senza risposta.
Un vestito comprato per un’occasione futura.
Una promessa.
Una gravidanza che qualcuno non ha potuto vedere diventare infanzia.
Un padre che non accompagnerà sua figlia all’altare.
Una ragazza che non scoprirà chi sarebbe diventata a quarant’anni.
Un bambino che aveva già deciso cosa fare da grande.
La morte naturale appartiene alla vita.
È brutale, ma possiede una sua antichissima legge.
Esistono però morti che hanno qualcosa di diverso.
Morti che sembrano contenere un errore.
Una violenza.
Una responsabilità.
Un’assurdità.
Una domanda.
Sono le vite spezzate.
Quelle alle quali non è stato concesso nemmeno il tempo di diventare ciò che stavano tentando di essere.
Continuo a camminare.
E nella mia immaginazione succede qualcosa.
Il cimitero cambia.
Le lapidi non sono più lapidi.
Diventano porte.
Dietro la prima c’è una donna.
Non so il suo nome.
Potrebbe averne mille.
Sta preparando la cena. Sul tavolo ci sono due bicchieri. Forse tre. Forse quattro.
Non sa ancora che quella sarà una delle ultime sere della sua vita.
Non sa che un uomo che diceva di amarla trasformerà l’amore in possesso e il possesso in condanna.
Forse aveva già chiesto aiuto.
Forse aveva avuto paura.
Forse qualcuno le aveva detto:
“Vedrai che si calma.”
Adesso c’è una fotografia.
Dei fiori.
Una data.
E la parola femminicidio.
Ma quella parola è arrivata dopo.
Prima si chiamava vita.
Più avanti c’è un ragazzo.
Ha diciannove anni.
Sta uscendo di casa.
Sua madre gli dice qualcosa di assolutamente insignificante.
“Copriti.”
“Scrivimi quando arrivi.”
“Non fare tardi.”
Le frasi delle madri sono spesso così: piccole formule contro l’universo.
Lui probabilmente risponde distrattamente.
Non può sapere che alcune frasi diventano reliquie soltanto poche ore dopo essere state pronunciate.
Una strada.
Una macchina.
Una velocità sbagliata.
Un secondo.
Uno soltanto.
La fisica non conosce misericordia.
Metallo contro metallo.
Carne contro tempo.
E un’intera famiglia impara improvvisamente che sessanta secondi possono essere più potenti di vent’anni.
Cammino ancora.
C’è un lavoratore.
Una mattina qualunque.
Sveglia.
Caffè.
Scarpe.
Turno.
Forse ha salutato qualcuno dicendo:
“Ci vediamo stasera.”
Una delle frasi più innocenti del mondo.
Eppure esistono persone che sono uscite di casa per guadagnarsi da vivere e sono tornate dentro una bara.
Le chiamiamo morti sul lavoro.
Una formula ordinata.
Quasi amministrativa.
Ma proviamo a strapparle il linguaggio burocratico.
Un essere umano è andato a lavorare.
Non è tornato.
Questo è tutto.
Ed è già intollerabile.
Poi incontro idealmente le vittime delle guerre.
Qui il cimitero non basta più.
Perché alcuni morti non hanno nemmeno una lapide.
Alcuni sono sotto edifici crollati.
Alcuni non sono mai stati identificati.
Alcuni hanno avuto come ultimo soffitto il cielo.
Bambini che avevano imparato da poco a scrivere il proprio nome vengono trasformati in statistiche geopolitiche.
Dodici morti.
Quarantasette morti.
Trecento morti.
Migliaia di morti.
Abbiamo inventato i numeri perché il dolore, quando diventa troppo grande, deve essere compresso per poter entrare nei giornali.
Ma proviamo a fare il contrario.
Prendiamone uno.
Uno soltanto.
Restituiamogli una camera da letto.
Una voce.
Una paura.
Un cibo preferito.
Una persona amata.
Una stupida abitudine.
Un paio di scarpe.
Un sogno.
Improvvisamente quel numero diventa insopportabile.
È questo il problema dei morti.
Visti da lontano diventano storia.
Visti da vicino tornano persone.
E il cimitero continua.
Vittime della mafia.
Vittime del terrorismo.
Vittime dell’odio.
Vittime di errori.
Vittime della strada.
Vittime dell’indifferenza.
Vittime che hanno chiesto aiuto.
Vittime che nessuno ha ascoltato.
Vittime delle quali conosciamo il nome.
Vittime delle quali non conosceremo mai nemmeno il volto.
A un certo punto smetto di leggere le date di morte.
Guardo quelle di nascita.
È completamente diverso.
La data di morte racconta quando qualcuno se n’è andato.
Quella di nascita racconta che, un giorno, qualcuno è arrivato.
C’è stata una stanza.
Un primo respiro.
Qualcuno ha detto:
“È nato.”
“È nata.”
Forse qualcuno ha pianto.
Qualcuno ha contato le dita delle mani.
Qualcuno ha immaginato un futuro.
Nessuno, davanti a una culla, pensa alla lapide.
Ed è forse questa la più grande follia dell’essere vivi:
sappiamo perfettamente che moriremo e costruiamo comunque progetti come se avessimo firmato un contratto segreto con l’eternità.
Compriamo biglietti per dicembre.
Diciamo “l’anno prossimo”.
Conserviamo qualcosa per un’occasione speciale.
Rimandiamo telefonate.
Rimandiamo abbracci.
Rimandiamo scuse.
Rimandiamo noi stessi.
Come se il tempo fosse un conto corrente inesauribile.
I morti conoscono una verità che noi continuiamo ostinatamente a dimenticare:
il futuro non è un diritto acquisito.
È una possibilità.
Ed è qui che la questione della vita incontra quella della giustizia.
Perché se vivere è fragile, allora proteggere la vita dovrebbe essere la forma più elementare della civiltà.
E invece non tutte le vite vengono protette allo stesso modo.
Non tutte le paure vengono ascoltate.
Non tutti gli allarmi diventano interventi.
Non tutte le morti provocano la stessa indignazione.
Non tutti i nomi restano abbastanza a lungo sulle prime pagine.
Arriva sempre un’altra notizia.
Un altro caso.
Un altro volto.
E noi sviluppiamo una capacità terribile: abituarci.
È forse questa la seconda morte delle vittime.
La prima avviene quando il cuore si ferma.
La seconda quando noi smettiamo di sentire qualcosa pronunciando il loro numero.
Mi fermo davanti a una tomba.
Non conosco quella persona.
Ed è proprio questo il punto.
Non devo conoscerla.
Non devo sapere se fosse buona, difficile, brillante, fragile, generosa, insopportabile.
Non occorre trasformare i morti in santi per riconoscere il valore della loro esistenza.
Erano esseri umani.
Dovrebbe bastare.
Allora faccio un esperimento impossibile.
Immagino che per sessanta secondi tutte le fotografie del cimitero possano parlare.
Non i fantasmi.
Le persone.
Quelle vere.
Quelle che esistevano prima di diventare fotografie.
E non credo direbbero grandi cose.
Forse è questa la parte che farebbe più male.
Una ragazza direbbe:
“Volevo vedere il mare quest’estate.”
Un padre:
“Dite a mio figlio che ero orgoglioso di lui.”
Una donna:
“Avevo paura. Perché non mi avete creduta?”
Un ragazzo:
“Non correvo da nessuna parte. Stavo tornando a casa.”
Un operaio:
“Doveva essere soltanto un turno.”
Un bambino:
“Quando posso tornare a giocare?”
Poi immagino una voce arrivare da qualche punto che non so indicare.
Non so se esista un aldilà.
Non so se chi muore possa guardarci.
Forse sì.
Forse no.
Forse oltre l’ultimo battito non esiste altro che silenzio.
Ma se davvero potessero osservarci, anche soltanto per un istante, mi domando cosa vedrebbero.
Vedrebbero noi.
Noi che siamo ancora qui.
Noi che abbiamo ancora la possibilità di telefonare.
Di denunciare.
Di fermarci.
Di scegliere.
Di proteggere.
Di perdonare.
Di cambiare strada.
Di dire basta.
Di chiedere aiuto.
Di ascoltare qualcuno quando dice “ho paura”.
Noi possediamo esattamente ciò che a loro è stato tolto:
il prossimo minuto.
E forse la responsabilità dei vivi comincia tutta qui.
Non nel piangere meglio i morti.
Nel costruire un mondo che ne produca meno quando quelle morti possono essere evitate.
La giustizia non dovrebbe servire soltanto a stabilire chi è stato colpevole dopo.
La forma più alta della giustizia dovrebbe arrivare prima.
Prima del colpo.
Prima dell’incidente.
Prima dell’ennesimo allarme ignorato.
Prima del macchinario senza sicurezza.
Prima dell’odio trasformato in gesto.
Prima che una persona diventi una fotografia circondata dai fiori.
Perché dopo possiamo processare.
Possiamo condannare.
Possiamo commemorare.
Possiamo intitolare strade.
Possiamo organizzare minuti di silenzio.
Possiamo pronunciare “mai più” davanti alle telecamere.
Ma c’è una cosa che nessuna sentenza della storia è mai riuscita a fare.
Restituire un martedì.
Un compleanno.
Una colazione.
Un Natale.
Un abbraccio.
Restituire qualcuno.
Sto tornando verso il cancello.
Dietro di me rimangono migliaia di date.
Davanti a me ricomincia la città.
Il contrasto è quasi osceno.
I bar sono aperti.
I telefoni squillano.
Le persone attraversano la strada.
Qualcuno ride.
Per un momento mi sembra incredibile che il mondo continui.
Poi capisco che deve farlo.
Il problema non è continuare.
Il problema è continuare senza aver capito niente.
Prima di uscire mi volto.
Il cimitero è immobile.
Nessuno ha parlato.
Naturalmente.
Nessuna voce.
Nessun fantasma.
Nessun miracolo.
Solo pietra.
Fotografie.
Fiori.
Silenzio.
Eppure ho la sensazione di essere io quella interrogata.
Come se tutte quelle vite interrotte avessero rivolto ai vivi un’unica, enorme domanda senza pronunciarla.
Non:
“Vi ricordate di noi?”
Ma:
“Che cosa state facendo del tempo che a noi è mancato?”
Non so cosa ci sia dopo la morte.
Forse qualcuno ci guarda davvero da un luogo che non possediamo ancora le parole per nominare.
Forse non ci guarda nessuno.
Forse l’universo non conserva memoria dei nostri nomi.
Ma questo, stranamente, rende la vita ancora più preziosa, non meno.
Perché se esiste qualcosa dopo, allora forse ci ritroveremo.
Se non esiste niente, allora questo breve intervallo tra nascere e scomparire è stato tutto ciò che abbiamo avuto.
In entrambi i casi, sprecarlo nell’odio è una follia.
Toglierlo a qualcuno è immensamente grave.
E permettere che venga tolto quando avremmo potuto impedirlo è una domanda che una società civile deve avere il coraggio di rivolgere a se stessa.
Apro il cancello.
Esco.
La città mi riprende immediatamente.
Una macchina passa.
Una finestra si accende.
Da qualche appartamento arriva una risata.
Una donna porta a spasso un cane.
Due ragazzi si baciano contro un muro.
Qualcuno sta nascendo proprio adesso.
Qualcuno sta morendo.
Qualcuno ha appena ricevuto una seconda possibilità senza sapere che lo è.
Io guardo l’orologio.
È passato un minuto.
Sessanta secondi normalissimi.
Per qualcuno insignificanti.
Per chi riposa dietro quel cancello, irraggiungibili.
Ed è allora che comprendo cosa hanno in comune tutte le vite spezzate.
Non chiedono ai vivi di morire un poco insieme a loro.
Chiedono esattamente il contrario.
Chiedono che la vita venga presa terribilmente sul serio.
Perché ogni volta che diciamo domani stiamo pronunciando una parola che milioni di esseri umani non hanno avuto il privilegio di pronunciare una seconda volta.
E mentre mi allontano penso che forse il più grande monumento che possiamo costruire per i morti non è fatto di marmo.
È una società nella quale una donna che chiede aiuto venga ascoltata.
Un lavoratore torni a casa.
Un ragazzo arrivi a destinazione.
Un bambino possa diventare adulto.
Una guerra non trasformi una cameretta in una fotografia d’archivio.
Una vita non debba diventare una tragedia perché qualcuno finalmente si accorga che aveva valore.
Dietro di me il cancello si chiude.
Lo stesso rumore metallico dell’inizio.
Questa volta, però, capisco che avevo sbagliato.
Quel cancello non separava i vivi dai morti.
Separava due modi di essere vivi:
quello di chi pensa di avere ancora tempo,
e quello di chi ha finalmente capito che nessuno glielo ha promesso.
SARA BIANCHI





