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CONTI E RACCONTI – EDIZIONE SPECIALE – DALLA PRIMA REPUBBLICA A OGGI: COSA E’ SUCCESSO AI CONTI DELL’ITALIA?

MATTONE DOPO MATTONE · CONTI E RACCONTI

EDIZIONE SPECIALE

DALLA PRIMA REPUBBLICA A OGGI:
CHE COSA È SUCCESSO AI CONTI DELL’ITALIA?

1992-2026: debito, deficit, interessi, spread, rating e governi.
Trentaquattro anni raccontati attraverso i numeri, senza tifo politico.

A cura de Il Visionario Invisibile

Prima di cominciare voglio dirvi una cosa.

Questo non è un articolo scritto per stabilire quale governo sia stato migliore e quale peggiore. Non voglio consegnarvi una classifica politica. Voglio fare qualcosa che considero molto più utile.

Voglio prendere oltre trent’anni di storia italiana e mettere sulla stessa linea temporale governi, debito pubblico, rapporto debito/PIL, deficit, saldo primario, interessi, costo del finanziamento, spread e rating.

Perché quando questi numeri vengono raccontati separatamente possono diventare slogan. Quando invece li osserviamo insieme, cominciano a raccontare una storia.

PRIMA TROVO IL NUMERO.
POI PROVO A CAPIRE CHE COSA SIGNIFICA.

1. IL METODO: NON ATTRIBUIRE A UN GOVERNO CIÒ CHE IL NUMERO NON DIMOSTRA

Per ogni anno troverete anche il governo in carica al 31 dicembre. Ma questa indicazione non deve essere interpretata come un’attribuzione automatica di merito o responsabilità.

Un governo può entrare in carica a novembre, a dicembre o negli ultimi mesi dell’anno. Inoltre, gli effetti di una decisione economica possono manifestarsi molto tempo dopo la sua approvazione.

Un esecutivo eredita debito, interessi, leggi, impegni di spesa, condizioni economiche e decisioni assunte dai governi precedenti. E contemporaneamente può trovarsi davanti a eventi che nessun governo nazionale controlla interamente: crisi finanziarie, pandemie, guerre, shock energetici, inflazione internazionale e decisioni della BCE.

ATTENZIONE ALLA COLONNA “GOVERNO”

Il governo indicato nelle tabelle è quello in carica al 31 dicembre. Non significa che l’intero risultato dell’anno sia stato prodotto da quell’esecutivo. È particolarmente importante ricordarlo per il 2011, quando Monti entra in carica a novembre; per il 2016, quando Gentiloni entra in carica a dicembre; e per il 2022, quando Meloni entra in carica in ottobre.

Il nostro metodo sarà quindi:

QUANDO ARRIVA → COSA TROVA → COSA ACCADE → COME CAMBIANO I NUMERI → COSA RESTA AL PERIODO SUCCESSIVO

2. IL PRIMO NUMERO: IL DEBITO PUBBLICO

Cominciamo dalla montagna. Il debito pubblico è uno stock: rappresenta l’ammontare dei debiti accumulati dalle Amministrazioni pubbliche in un determinato momento.

Non è quindi semplicemente “la spesa di quell’anno”. Dentro quel numero c’è una memoria che attraversa decenni.

AnnoGoverno al 31 dicembreDebito mld €Variazione mld €Variazione %
1992Amato I843,9——
1993Ciampi954,7+110,8+13,1%
1994Berlusconi I1.061,8+107,1+11,2%
1995Dini1.142,8+81,0+7,6%
1996Prodi I1.205,5+62,7+5,5%
1997Prodi I1.233,7+28,2+2,3%
1998D’Alema I1.248,5+14,8+1,2%
1999D’Alema II1.269,2+20,7+1,7%
2000Amato II1.287,7+18,5+1,5%
2001Berlusconi II1.357,3+69,5+5,4%
2002Berlusconi II1.367,2+9,9+0,7%
2003Berlusconi II1.392,4+25,2+1,8%
2004Berlusconi II1.443,4+51,0+3,7%
2005Berlusconi III1.511,2+67,8+4,7%
2006Prodi II1.584,1+72,9*+4,8%*
2007Prodi II1.602,1+18,0+1,1%
2008Berlusconi IV1.666,6+64,5+4,0%
2009Berlusconi IV1.763,9+97,3+5,8%
2010Berlusconi IV1.843,1+79,2+4,5%
2011Monti*1.907,8+64,7+3,5%
2012Monti1.989,8+82,0+4,3%
2013Letta2.069,8+80,1+4,0%
2014Renzi2.136,2+66,4+3,2%
2015Renzi2.171,7+35,5+1,7%
2016Gentiloni*2.285,7+114,0+5,2%
2017Gentiloni2.329,9+44,2+1,9%
2018Conte I2.381,5+51,7+2,2%
2019Conte II2.410,0+28,5+1,2%
2020Conte II2.578,2+168,2+7,0%
2021Draghi2.686,7+108,6+4,2%
2022Meloni*2.764,5+77,7+2,9%
2023Meloni2.870,0+105,5+3,8%
2024Meloni2.967,0+97,0+3,4%
2025Meloni3.095,9+128,9+4,3%
Fonti: Banca d’Italia, serie storiche e Relazioni annuali sul debito delle Amministrazioni pubbliche. I valori storici possono essere interessati da revisioni statistiche. Per il passaggio 2005-2006 va tenuta presente la revisione delle serie intervenuta nelle successive edizioni dei dati Banca d’Italia.
Debito 1992€843,9 mld
Debito 2025€3.095,9 mld
Aumento nominale≈ €2.252 mld

Il primo risultato è evidente: in termini nominali lo stock del debito alla fine del 2025 è circa 3,7 volte quello del 1992.

Ma fermarsi qui sarebbe un errore. Un’economia del 2025 non ha le stesse dimensioni nominali dell’economia del 1992. Per capire quanto pesa realmente quel debito dobbiamo confrontarlo con il PIL.

3. NON BASTANO I MILIARDI: ARRIVA IL RAPPORTO DEBITO/PIL

Il rapporto debito/PIL mette lo stock del debito in relazione con la dimensione dell’economia. Ed è qui che la storia cambia.

AnnoGoverno al 31 dicembreDebito/PILVariazione annua
1992Amato I105,5%—
1993Ciampi115,7%+10,2 p.p.
1994Berlusconi I121,8%+6,1 p.p.
1995Dini119,4%−2,4 p.p.
1996Prodi I119,1%−0,3 p.p.
1997Prodi I116,9%−2,2 p.p.
1998D’Alema I114,9%−2,0 p.p.
1999D’Alema II113,7%−1,2 p.p.
2000Amato II109,0%−4,7 p.p.
2001Berlusconi II108,8%−0,2 p.p.
2002Berlusconi II105,7%−3,1 p.p.
2003Berlusconi II104,4%−1,3 p.p.
2004Berlusconi II103,9%−0,5 p.p.
2005Berlusconi III105,9%+2,0 p.p.
2006Prodi II106,5%+0,6 p.p.
2007Prodi II103,5%−3,0 p.p.
2008Berlusconi IV106,2%+2,7 p.p.
2009Berlusconi IV116,6%+10,4 p.p.
2010Berlusconi IV119,2%+2,6 p.p.
2011Monti*119,7%+0,5 p.p.
2012Monti126,5%+6,8 p.p.
2013Letta132,5%+6,0 p.p.
2014Renzi135,4%+2,9 p.p.
2015Renzi135,3%−0,1 p.p.
2016Gentiloni*134,8%−0,5 p.p.
2017Gentiloni134,2%−0,6 p.p.
2018Conte I134,4%+0,2 p.p.
2019Conte II133,5%−0,9 p.p.
2020Conte II154,4%+20,9 p.p.
2021Draghi145,8%−8,6 p.p.
2022Meloni*138,3%−7,5 p.p.
2023Meloni134,6%−3,7 p.p.
2024Meloni134,9%+0,3 p.p.
2025Meloni137,1%+2,2 p.p.
Fonti: Banca d’Italia e ISTAT. p.p. = punti percentuali. Le serie storiche possono essere oggetto di revisione.

Guardate adesso il percorso. Tra il 1992 e il 1994 il rapporto sale rapidamente. Successivamente comincia una lunga fase prevalentemente discendente e nel 2007 si colloca intorno al 103,5%.

Poi arrivano la crisi finanziaria internazionale, la crisi dell’area euro e anni di crescita debole. Nel 2014 il rapporto raggiunge il 135,4%. Tra il 2015 e il 2019 resta sostanzialmente nell’area 133-135%.

Nel 2020 arriva la pandemia e il rapporto raggiunge il 154,4%. Tra 2021 e 2023 scende rapidamente, anche grazie alla forte crescita del PIL nominale. Nel 2025 torna al 137,1%.

DEBITO NOMINALE E DEBITO/PIL NON SONO LA STESSA COSA.

Il debito nominale può aumentare mentre il rapporto debito/PIL diminuisce. Se il denominatore, cioè il PIL nominale, cresce abbastanza velocemente, il peso relativo del debito può diminuire anche con uno stock nominale maggiore.

4. DEBITO E DEFICIT: DUE PAROLE CHE NON SIGNIFICANO LA STESSA COSA

Questa è probabilmente una delle confusioni più frequenti nel dibattito pubblico. Il debito è uno stock. Il deficit è un flusso annuale.

DEBITO = QUANTO È STATO ACCUMULATO

DEFICIT = LO SQUILIBRIO DI UN DETERMINATO ANNO

Se in un anno le Amministrazioni pubbliche spendono complessivamente più di quanto incassano secondo i criteri della contabilità nazionale, si registra un indebitamento netto, comunemente indicato come deficit.

AnnoGoverno al 31 dicembreDeficit/PILVariazione
1992Amato I10,4%—
1993Ciampi10,0%−0,4 p.p.
1994Berlusconi I9,0%−1,0 p.p.
1995Dini7,2%−1,8 p.p.
1996Prodi I6,6%−0,6 p.p.
1997Prodi I3,0%−3,6 p.p.
1998D’Alema I3,0%0,0 p.p.
1999D’Alema II1,8%−1,2 p.p.
2000Amato II1,3%−0,5 p.p.
2001Berlusconi II3,1%+1,8 p.p.
2002Berlusconi II3,1%0,0 p.p.
2003Berlusconi II3,5%+0,4 p.p.
2004Berlusconi II3,5%0,0 p.p.
2005Berlusconi III4,1%+0,6 p.p.
2006Prodi II3,6%−0,5 p.p.
2007Prodi II1,5%−2,1 p.p.
2008Berlusconi IV2,6%+1,1 p.p.
2009Berlusconi IV5,1%+2,5 p.p.
2010Berlusconi IV4,2%−0,9 p.p.
2011Monti*3,6%−0,6 p.p.
2012Monti2,9%−0,7 p.p.
2013Letta2,9%0,0 p.p.
2014Renzi3,0%+0,1 p.p.
2015Renzi2,6%−0,4 p.p.
2016Gentiloni*2,4%−0,2 p.p.
2017Gentiloni2,4%0,0 p.p.
2018Conte I2,2%−0,2 p.p.
2019Conte II1,5%−0,7 p.p.
2020Conte II9,4%+7,9 p.p.
2021Draghi8,7%−0,7 p.p.
2022Meloni*8,1%−0,6 p.p.
2023Meloni7,2%−0,9 p.p.
2024Meloni3,4%−3,8 p.p.
2025Meloni3,1%−0,3 p.p.
Fonte principale: ISTAT – Conti economici nazionali e Conto economico consolidato delle Amministrazioni pubbliche. Per gli anni recenti si tiene conto della revisione dei Conti nazionali pubblicata nel settembre 2026.

Questa tabella ci permette di vedere immediatamente gli anni eccezionali. Nel 2020 il deficit passa al 9,4% del PIL nel contesto della pandemia. Rimane molto elevato anche negli anni immediatamente successivi, per poi ridursi. Nel 2025 è pari al 3,1% del PIL.

5. TOGLIAMO GLI INTERESSI: IL SALDO PRIMARIO

Adesso facciamo un’operazione fondamentale. Separiamo gli interessi sul debito dal resto dei conti pubblici.

Il saldo primario ci dice quale sarebbe il saldo delle Amministrazioni pubbliche prima della spesa per interessi.

Se è positivo abbiamo un avanzo primario. Se è negativo abbiamo un disavanzo già prima di pagare gli interessi.

AnnoGoverno al 31 dicembreSaldo primarioInteressi/PIL
1992Amato I−0,8%9,6%
1993Ciampi+1,8%11,8%
1994Berlusconi I+2,1%11,1%
1995Dini+3,4%10,6%
1996Prodi I+4,6%11,2%
1997Prodi I+6,5%9,5%
1998D’Alema I+5,2%8,2%
1999D’Alema II+5,0%6,8%
2000Amato II+4,5%5,8%
2001Berlusconi II+3,2%5,8%
2002Berlusconi II+2,7%5,5%
2003Berlusconi II+1,8%5,3%
2004Berlusconi II+1,3%4,8%
2005Berlusconi III+0,3%4,5%
2006Prodi II+1,2%4,8%
2007Prodi II+3,2%4,7%
2008Berlusconi IV+2,2%4,8%
2009Berlusconi IV−0,8%4,3%
2010Berlusconi IV0,0%4,2%
2011Monti*+1,0%4,6%
2012Monti+2,2%5,1%
2013Letta+1,9%4,8%
2014Renzi+1,6%4,6%
2015Renzi+1,5%4,1%
2016Gentiloni*+1,3%3,7%
2017Gentiloni+1,5%3,8%
2018Conte I+1,5%3,7%
2019Conte II+1,8%3,4%
2020Conte II−6,0%3,4%
2021Draghi−5,4%3,3%
2022Meloni*−3,8%4,3%
2023Meloni−3,6%3,6%
2024Meloni+0,5%3,9%
2025Meloni+0,8%3,9%
Fonti: ISTAT – Conti nazionali; Eurostat – Government Finance Statistics; Banca d’Italia – Finanza pubblica. Valori arrotondati alla prima cifra decimale.

Guardiamo alcuni anni

Nel 1992 gli interessi rappresentavano il 9,6% del PIL. Nel 1997, pur con un avanzo primario del 6,5%, gli interessi pesavano ancora per il 9,5% del PIL.

Nel 2007 gli interessi erano scesi al 4,7% del PIL. Nel 2019 erano al 3,4%.

Nel 2020 la pandemia cambia violentemente il saldo primario: −6,0%. Gli interessi, invece, restano al 3,4% del PIL.

Nel 2025 l’Italia torna a un avanzo primario dello 0,8%, mentre gli interessi valgono circa il 3,9% del PIL.

2025
SALDO PRIMARIO +0,8%
− INTERESSI 3,9%
≈ DEFICIT −3,1%

Questa semplice relazione rende visibile il peso del servizio del debito. Non significa però che gli interessi siano l’unica spiegazione della variazione dello stock del debito: esistono anche aggiustamenti stock-flussi e altre componenti finanziarie.

6. QUANTO COSTA FINANZIARE IL DEBITO ITALIANO?

Quando sentiamo dire che “i tassi italiani sono al 4%” dobbiamo immediatamente farci una domanda:

4% DI CHE COSA?

Dobbiamo distinguere almeno tre concetti. Il primo è il rendimento di mercato di un titolo, per esempio il BTP decennale. Il secondo è il costo medio al quale il Tesoro emette i nuovi titoli nell’anno. Il terzo è il costo medio dell’intero stock di debito già esistente.

Sono collegati, ma non sono la stessa cosa.

Il costo medio delle nuove emissioni

AnnoCosto medio ponderato all’emissione
20160,55%
20170,68%
20181,07%
20190,93%
20200,59%
20210,10%
20222,10%
20233,76%
Fonte: Ministero dell’Economia e delle Finanze – Dipartimento del Tesoro, Rapporto sul Debito Pubblico 2023.

Guardate il salto: nel 2021 il costo medio ponderato delle emissioni tocca lo 0,10%. Nel 2023 arriva al 3,76%.

Ma questo non significa che improvvisamente tutto il debito italiano abbia cominciato a costare il 3,76%.

Nel 2023 il costo medio dell’intero debito delle Pubbliche Amministrazioni era infatti intorno al 2,8%. Utilizzando un’altra misura di cassa riferita ai titoli di Stato, il MEF indicava un costo del 2,49%, contro il 2,14% del 2022, prima degli effetti delle operazioni in derivati.

PERCHÉ?

Perché il debito italiano è composto da titoli emessi in anni differenti, con tassi e scadenze differenti. Quando i tassi di mercato cambiano, il nuovo costo entra progressivamente nello stock man mano che il Tesoro emette nuovi titoli o rifinanzia quelli che scadono.

7. LA DURATA DEL DEBITO: PERCHÉ I TASSI NON COLPISCONO TUTTO SUBITO

A fine 2023 la vita media del debito era di circa 6,97 anni. Nel febbraio 2024 era intorno a 7,03 anni.

Questo significa che l’Italia non deve rifinanziare contemporaneamente l’intero stock di debito.

Facciamo un esempio volutamente semplice.

Immaginiamo 100 miliardi di vecchi BTP che costano il 2%. Gli interessi teorici sono 2 miliardi l’anno.

Alla scadenza quei 100 miliardi devono essere rifinanziati. Se il nuovo costo fosse il 4%, gli interessi teorici diventerebbero 4 miliardi.

La differenza sarebbe di 2 miliardi l’anno. Ma riguarderebbe quei 100 miliardi rifinanziati, non automaticamente tutti gli oltre 3.000 miliardi di debito.

L’EFFETTO DEI NUOVI TASSI È GRADUALE.
MA PROPRIO PER QUESTO PUÒ DURARE ANNI.

8. DA CHE COSA DIPENDE IL TASSO CHE PAGA L’ITALIA?

Non esiste un pulsante che un governo possa premere per decidere unilateralmente quanto renderà un BTP.

Il rendimento nasce dall’incontro tra politica monetaria della BCE, inflazione corrente e attesa, prospettive di crescita, livello del debito, deficit, saldo primario, aspettative sui conti futuri, domanda degli investitori, liquidità dei mercati, durata dei titoli, rischio percepito sul Paese, condizioni internazionali e rating.

Nessuna di queste variabili, isolatamente, racconta tutto.

La BCE è fondamentale, ma non stabilisce il rendimento del BTP

La Banca Centrale Europea determina i propri tassi ufficiali di politica monetaria. Questi influenzano profondamente l’intera struttura dei tassi dell’area euro.

Ma la BCE non decide dicendo: “domani il BTP italiano renderà il 3,7%”. Il rendimento del titolo si forma sul mercato.

Ed è proprio per questo che due Stati che utilizzano la stessa moneta possono finanziarsi a condizioni differenti.

9. ARRIVA LO SPREAD BTP-BUND

Lo spread BTP-Bund è la differenza tra il rendimento del BTP decennale italiano e quello del Bund decennale tedesco.

BTP 10 ANNI = 4,0%
BUND 10 ANNI = 2,5%

DIFFERENZA = 1,5 PUNTI PERCENTUALI
= 150 PUNTI BASE

Lo spread ci aiuta a osservare la differenza di rendimento richiesta dal mercato tra i due titoli.

Ma attenzione: 150 punti di spread non significano che tutto il debito pubblico italiano costi automaticamente l’1,5% in più. Ancora una volta stiamo osservando un indicatore di mercato, non il costo medio dell’intero stock.

10. IL RATING: CHE COSA SIGNIFICANO QUELLE LETTERE?

Il rating sovrano è una valutazione della qualità creditizia dello Stato. Tra le agenzie internazionali che valutano l’Italia troviamo Moody’s, Standard & Poor’s, Fitch, DBRS Morningstar e Scope Ratings.

Le agenzie utilizzano scale differenti. Per questo non possiamo confrontare meccanicamente le lettere senza sapere quale scala stiamo osservando.

AgenziaRating Italia – esempio maggio 2024
Moody’sBaa3
Standard & Poor’sBBB
FitchBBB
DBRS MorningstarBBBH
Scope RatingsBBB+
Fonte: documentazione del Dipartimento del Tesoro relativa ai rating della Repubblica Italiana. I valori riportati sono una fotografia del maggio 2024 e non devono essere letti come rating correnti.

Investment grade

Una distinzione importante è quella fra categorie considerate investment grade e categorie inferiori generalmente indicate come speculative grade.

La distinzione può avere conseguenze concrete perché alcuni investitori istituzionali lavorano con mandati o limiti di rischio che tengono conto della qualità creditizia dei titoli.

Ma il rating non è una raccomandazione politica e non è nemmeno una raccomandazione automatica ad acquistare o vendere un titolo.

Che cosa osservano le agenzie?

Quando un’agenzia valuta uno Stato non guarda semplicemente il nome del Presidente del Consiglio. Osserva debito, deficit, saldo primario, crescita, capacità di finanziamento, costo degli interessi, struttura e scadenza del debito, solidità delle istituzioni, rischi economici, situazione esterna e prospettive future.

RATING E TASSI SONO COLLEGATI.
MA NON ESISTE LA FORMULA:
“UN DOWNGRADE = X PUNTI DI AUMENTO DEL BTP”.

Il mercato può aver anticipato una decisione dell’agenzia. Contemporaneamente possono cambiare BCE, inflazione, crescita, prospettive economiche e situazione internazionale.

11. QUANTO CONTA LA STABILITÀ DI UN GOVERNO SUL COSTO DEL DEBITO?

A questo punto arriviamo a una domanda inevitabile. Un governo stabile può aiutare un Paese a finanziarsi a condizioni migliori?

La risposta più corretta è: può contribuire, ma non esiste un automatismo.

Un governo che dura cinque anni non ottiene automaticamente tassi più bassi di un governo che dura un anno.

Ciò che può interessare agli investitori è soprattutto quello che la stabilità riesce eventualmente a produrre: prevedibilità delle decisioni, continuità della politica economica, credibilità degli obiettivi di bilancio, capacità di attuare riforme, chiarezza nella strategia sul debito e minore incertezza sulle future decisioni fiscali.

LA PAROLA DECISIVA NON È SOLTANTO “DURATA”.
È “PREVEDIBILITÀ”.

Mettiamoci nei panni di un investitore che deve acquistare un titolo italiano con scadenza fra dieci anni.

Non gli interessa soltanto sapere chi governa oggi. Vuole comprendere quale politica fiscale seguirà il Paese, come potrebbe evolvere il debito, se gli obiettivi sul deficit appaiono credibili, se le decisioni potrebbero cambiare improvvisamente e se il quadro istituzionale rimarrà prevedibile.

Quando cresce l’incertezza, gli investitori possono chiedere una remunerazione maggiore per assumersi quel rischio.

Ma stabilità politica non significa automaticamente tasso basso

Possiamo avere un governo stabile insieme a conti pubblici percepiti come rischiosi, e i rendimenti possono aumentare.

Possiamo anche avere una fase politicamente meno stabile accompagnata da politica monetaria accomodante, inflazione bassa e condizioni internazionali favorevoli, e osservare rendimenti in diminuzione.

Per questo non dobbiamo mai isolare una sola variabile.

12. CHE COSA CI DICONO GLI STUDI SUL RISCHIO POLITICO?

Le analisi economiche internazionali hanno studiato anche il rapporto tra rischio politico e differenziali dei titoli sovrani.

In una specifica analisi econometrica del Fondo Monetario Internazionale, un aumento di una deviazione standard dell’indicatore di rischio politico utilizzato nel modello risultava associato, nel campione analizzato, a circa 130 punti base di spread.

QUESTO DATO NON VA TRASFORMATO IN UNO SLOGAN

Non significa affatto: “cade un governo = +130 punti di spread”. È il risultato statistico di un determinato modello, costruito con un particolare indicatore di rischio politico. Serve a mostrare che l’incertezza politica può essere una variabile economicamente rilevante, non a costruire una formula automatica.

Il caso italiano 2022-2026

Un’analisi del FMI pubblicata nel 2026 offre un esempio particolarmente interessante.

Dal picco post-pandemico del settembre 2022 fino al febbraio 2026, lo spread dei titoli decennali italiani rispetto ai Bund tedeschi si è ridotto di circa 190 punti base.

Nel febbraio 2026 ha raggiunto circa 59,1 punti base, un livello che il Fondo indica come minimo da circa quindici anni.

Compressione dello spread settembre 2022 – febbraio 2026 ≈ 190 punti base

Ma sarebbe metodologicamente scorretto scrivere: “è accaduto semplicemente perché il governo era stabile”.

L’analisi del Fondo scompone infatti il movimento tra fattori specificamente italiani e fattori comuni all’area euro. Circa metà della tendenza alla compressione viene associata alla componente specifica italiana e l’altra metà a fattori comuni. Tra gli indicatori domestici considerati compare anche l’incertezza della politica fiscale.

E gli eventi successivi dimostrano perfettamente perché non possiamo ridurre tutto alla politica interna: nel 2026 nuove tensioni internazionali hanno aumentato la volatilità dei mercati e dello spread.

STABILITÀ → PUÒ FAVORIRE PREVEDIBILITÀ
PREVEDIBILITÀ → PUÒ RIDURRE INCERTEZZA
MINORE INCERTEZZA → PUÒ CONTRIBUIRE A RIDURRE IL PREMIO PER IL RISCHIO

Ma tutto questo opera insieme a crescita, debito, deficit, inflazione, BCE, rating, domanda di titoli e condizioni internazionali.

13. LA FOTOGRAFIA DEL 2025: METTIAMO TUTTO INSIEME

Adesso possiamo finalmente guardare l’ultimo anno completo della nostra serie storica utilizzando i dati ufficiali più recenti.

PIL nominale€2.265,0 mld
Crescita reale PIL+0,6%
Debito pubblico€3.095,9 mld
Debito/PIL137,1%
Deficit/PIL3,1%
Saldo primario+0,8%
Aggiornamento: i dati sul PIL 2025 utilizzano la revisione ordinaria dei Conti economici nazionali pubblicata da ISTAT il 22 settembre 2026. Il PIL ai prezzi di mercato è pari a 2.265,003 miliardi di euro e la crescita reale è stata rivista allo 0,6%.

La spesa per interessi è pari a circa il 3,9% del PIL. Applicando semplicemente quella percentuale al PIL nominale otteniamo un ordine di grandezza di circa 88 miliardi di euro.

Questo calcolo serve esclusivamente per rendere intuitiva la dimensione del fenomeno e non sostituisce il valore ufficiale della spesa per interessi della contabilità nazionale.

Il paradosso apparente

Prima degli interessi, il saldo è positivo per lo 0,8% del PIL. Dopo gli interessi, il saldo complessivo è negativo per il 3,1%.

PRIMA DEGLI INTERESSI: +0,8%
INTERESSI: 3,9%
SALDO COMPLESSIVO: −3,1%

Questo ci fa capire quanto il debito del passato possa incidere sui conti del presente.

14. SE C’È AVANZO PRIMARIO, PERCHÉ IL DEBITO/PIL PUÒ ANCORA SALIRE?

È una domanda fondamentale.

Nel 2025 l’Italia registra un avanzo primario, eppure il rapporto debito/PIL sale al 137,1%.

La spiegazione è che la dinamica del debito non dipende soltanto dal saldo primario.

Banca d’Italia evidenzia che nel 2025 l’avanzo primario non è stato sufficiente a compensare il differenziale sfavorevole tra l’onere medio del debito e la crescita dell’economia e, soprattutto, una consistente componente stock-flussi.

Su quest’ultima hanno inciso, tra gli altri elementi, gli effetti di cassa dei crediti d’imposta per ristrutturazioni edilizie maturati negli anni precedenti e l’aumento delle disponibilità liquide del Tesoro.

ECCO PERCHÉ “C’È AVANZO PRIMARIO” NON SIGNIFICA AUTOMATICAMENTE “IL DEBITO SCENDE”.

15. IL DEBITO CREA MEMORIA

Qui arriviamo al punto che considero forse più importante di tutto questo viaggio.

Una spesa decisa oggi può contribuire alla formazione del debito. Quel debito può essere rifinanziato. Il titolo emesso oggi può arrivare a scadenza sotto un governo completamente diverso. Gli interessi possono essere pagati da cittadini che, quando la decisione originaria fu presa, erano bambini o non erano ancora nati.

Per questo il debito pubblico crea una specie di memoria economica dello Stato.

“Un governo non entra mai in una stanza vuota. Entra in una stanza nella quale ci sono già debiti, interessi, impegni, leggi, scadenze e conseguenze delle decisioni precedenti.”

E allo stesso modo, quando quel governo se ne va, lascia qualcosa a chi viene dopo.

È proprio per questo che considero metodologicamente pericoloso prendere un singolo anno e trasformarlo immediatamente in una pagella politica.

16. IL MECCANISMO COMPLETO

Adesso abbiamo abbastanza elementi per collegare tutti i pezzi.

DEBITO ELEVATO
↓
NECESSITÀ DI EMETTERE E RIFINANZIARE TITOLI
↓
IL MERCATO VALUTA RISCHIO, INFLAZIONE, BCE, CRESCITA E CONTI PUBBLICI
↓
SI FORMA IL RENDIMENTO RICHIESTO
↓
I NUOVI TITOLI ENTRANO PROGRESSIVAMENTE NELLO STOCK
↓
CAMBIA GRADUALMENTE IL COSTO MEDIO DEL DEBITO
↓
CAMBIA LA SPESA PER INTERESSI
↓
GLI INTERESSI INCIDONO SUL DEFICIT
↓
IL DEFICIT CONTRIBUISCE ALLA DINAMICA DEL DEBITO

Il circuito può diventare favorevole oppure problematico.

Se l’economia cresce, i conti sono percepiti come sostenibili e il Paese riesce a finanziarsi a condizioni più favorevoli, il costo degli interessi può progressivamente ridursi e liberare spazio fiscale.

Ma può verificarsi anche il percorso opposto: debito elevato, crescita debole, maggiore rischio percepito, rendimenti più elevati, maggiore spesa per interessi e maggiore difficoltà nel ridurre il deficit.

LA DISQUISIZIONE DEL VISIONARIO INVISIBILE

Adesso fermiamoci.

Siamo partiti da un numero: il debito pubblico.

Nel 1992 erano circa 844 miliardi di euro equivalenti. Alla fine del 2025 siamo arrivati a circa 3.096 miliardi.

Se ci fossimo fermati lì avremmo potuto costruire decine di slogan.

Avremmo potuto scegliere un governo, prendere due date e dire: “Guardate quanto è aumentato”.

Ma poi abbiamo aggiunto il PIL. E abbiamo scoperto che il debito nominale e il peso del debito sull’economia non raccontano esattamente la stessa storia.

Abbiamo aggiunto il deficit. E abbiamo scoperto che deficit e debito non sono sinonimi.

Abbiamo tolto gli interessi. Ed è comparso il saldo primario.

Poi abbiamo rimesso gli interessi. E abbiamo scoperto quanto il passato possa pesare sul presente.

Abbiamo guardato i tassi e abbiamo capito che il rendimento di un BTP, il costo delle nuove emissioni e il costo medio dell’intero debito sono tre cose differenti.

Abbiamo incontrato lo spread. Poi il rating. Poi la BCE. Poi l’inflazione. Poi la stabilità politica.

E ogni volta abbiamo scoperto la stessa cosa: nessun numero vive da solo.

Il debito non racconta da solo la politica fiscale. Il deficit non racconta da solo il debito. Lo spread non racconta da solo la credibilità di un Paese. Il rating non decide da solo il tasso. La stabilità di un governo non decide automaticamente lo spread.

Tutto si intreccia.

Ed è per questo che, quando qualcuno prende un solo numero e pretende di raccontarci attraverso quel numero trent’anni di storia italiana, io comincio sempre dalla stessa domanda:

CHE COSA MANCA DA QUESTO RACCONTO?

Perché i numeri possono essere veri e il racconto costruito intorno a quei numeri può comunque essere incompleto.

Io non voglio dirvi quale governo amare. Non voglio dirvi quale governo odiare. Non voglio costruire la classifica del Presidente del Consiglio che ha fatto meglio o peggio.

Voglio fare qualcosa di più difficile.

Voglio mettere davanti a voi gli strumenti per distinguere: ciò che un governo trova, ciò che decide, ciò che accade nel mondo e ciò che resta dopo.

Perché un debito di oltre tremila miliardi non appartiene a una sola legislatura.

È una storia lunga decenni.

Una storia fatta di decisioni politiche, crisi economiche, interessi, crescita, recessioni, inflazione, mercati, regole europee, emergenze e scelte collettive.

Ed è proprio questa memoria che dobbiamo imparare a leggere.

Quando guardiamo un governo non dobbiamo domandare soltanto: “Quanto debito c’era quando è andato via?”

Dobbiamo domandarci anche: quanto debito aveva trovato? quanto costavano gli interessi? quanto cresceva l’economia? quale deficit esisteva? quale saldo primario? quali crisi erano in corso? quali condizioni finanziarie esistevano? quali decisioni avrebbero prodotto effetti negli anni successivi?

Solo allora il numero smette di essere propaganda.

E diventa conoscenza.

Questo è il metodo di Conti e Racconti.

Prima i conti.
Poi il racconto.
Infine il giudizio.

Ma l’ultimo passaggio non appartiene a me.

APPARTIENE A VOI.

17. NOTA METODOLOGICA

I dati economici storici vengono periodicamente revisionati dagli istituti statistici. Per questo valori relativi allo stesso anno possono presentare differenze di alcuni decimi o, per gli aggregati nominali, revisioni anche più ampie tra pubblicazioni effettuate in anni differenti.

Nel presente lavoro i valori percentuali sono generalmente arrotondati alla prima cifra decimale per evitare una falsa precisione.

La presenza del nome di un governo accanto a un anno indica, salvo diversa specificazione, l’esecutivo in carica al 31 dicembre e non costituisce attribuzione causale dell’intero risultato economico annuale.

I dati del 2025 relativi ai Conti nazionali sono aggiornati alla revisione ISTAT pubblicata il 22 settembre 2026.

Quando vengono riportati dati di mercato, rating o spread relativi a una specifica data, essi rappresentano una fotografia di quel momento e non devono essere interpretati come valori attuali permanenti.

FONTI ISTITUZIONALI E DOCUMENTALI

ISTAT – Istituto Nazionale di Statistica
Conti economici nazionali; Conto economico consolidato delle Amministrazioni pubbliche; revisione dei Conti economici nazionali 2010-2025 pubblicata il 22 settembre 2026.

Banca d’Italia
Relazioni annuali; Finanza pubblica; Debito delle Amministrazioni pubbliche; serie storiche del debito pubblico; Relazione annuale sul 2025.

Eurostat
Government Finance Statistics e statistiche armonizzate europee relative a deficit e debito delle Amministrazioni pubbliche.

Ministero dell’Economia e delle Finanze – Dipartimento del Tesoro
Rapporto sul Debito Pubblico 2023; statistiche sulle emissioni, costo medio ponderato all’emissione, composizione e durata del debito; documentazione sui rating della Repubblica Italiana.

Banca Centrale Europea
Documentazione relativa alla politica monetaria dell’area euro, tassi ufficiali e meccanismi di trasmissione della politica monetaria.

Fondo Monetario Internazionale
Analisi sui determinanti degli spread sovrani e Italy 2026 Article IV Consultation, con approfondimento sulla compressione dello spread italiano nel periodo 2022-2026.

Presidenza del Consiglio dei Ministri, Camera dei Deputati e Senato della Repubblica
Cronologia istituzionale dei governi italiani e documentazione parlamentare utilizzata per l’inquadramento temporale.

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